Titolo: Le tombe di Atuan (The tombs of Atuan).
Scrittore: Ursula K. Le Guin.
Genere: fantastico, fantasy.
Editore: Mondadori.
Anno: 1970.
Voto: 7.5.
Dove lo trovi: qui.


Pochi anni fa avevo letto Il mago di Ursula K. Le Guin, libro che mi era piaciuto abbastanza da comprarmi tutta la Saga di Earthsea.
Il secondo volume di codesta saga è Le tombe di Atuan, che per l’appunto è il libro recensito quest’oggi.

Intanto, una premessa: mi sono avvicinato al ciclo letterario della Le Guin in quanto la scrittrice aveva fama di tessere romanzi, oltre che interessanti, anche pregni di un certo senso esistenziale…
… come difatti è.

Se Il mago parla, ma sempre dietro le quinte e senza dirlo a voce alta (oddio, anche se non è proprio dietro le quinte, per quanto è palese), del conflitto e della lotta con il proprio sé interiore in ottica evolutiva, Le tombe di Atuan affronta un'altra tematica di tipo esistenziale: la dualità.

Abbiamo un uomo e una donna, portatori delle rispettive energie, abbiamo la luce e l’oscurità, abbiamo un amuleto spezzato in due che è da riunire. Insomma, abbiamo il passaggio dalla dualità all’unità… e anche qui tutto è molto chiaro, per quanto mai elicitato.

Tanto che, facendo una brevissima ricerca su internet, ho scoperto che l’autrice stessa aveva dichiarato che il tema di fondo de Le tombe di Atuan era il sesso.
L’energia duale del sesso, per l’appunto (concentrata soprattutto nel secondo chakra, per chi fosse interessato).

A parte che questo è un modo molto bello per far arrivare a chi legge concetti ed energie archetipiche, andiamo alla trama sommaria del romanzo, che, sorpresa, non vede protagonista Ged, lo Sparviere del primo romanzo Il mago, ma la giovanissima Tenar (a proposito di dualità, entrambi i protagonisti della storia hanno due nomi e non solo uno), sacerdotessa del culto degli Innominabili, antico culto che resiste nelle isole orientali di Kargad, assai lontani dalla civiltà dominante di Terramare, e infatti l’antica magia là è meno forte, impedita proprio da tali antichi dei oscuri.
Tenar è stata allevata appositamente per essere sacerdotessa, tanto che la sua vita si limita alle sue sole funzioni… e tanto che un giorno l’arrivo di un misterioso giovane uomo scuro, che ha tutta l’aria di essere un mago, pone in dubbio tutta la sua vita.

È dunque proprio l’incontro tra tali due energie, maschile e femminile, di due terre e culture diverse, di due “magie” diverse, a segnare tutto il libro, che non ha un ritmo molto veloce, ma d’altronde neanche Il mago lo aveva, ma che si fa leggere volentieri… nonostante un inizio un po’ faticoso.

Nel complesso, mi è piaciuto molto come significato interiore, anche se un poco meno de Il mago come opera letteraria.
Va da sé che continuerò la lettura della Saga di Terramare.

Fosco Del Nero


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Titolo: I racconti degli Arabeschi.
Scrittore: Nikolaj Vasilevic Gogol.
Genere: racconti, fantastico, drammatico.
Editore: Newton Compton.
Anno: 1835.
Voto: 5.5.
Dove lo trovi: qui.


Di recente, avendo un poco di tempo libero (il che detto così suona quasi come una battuta, dal momento che ho tutto il tempo libero del mondo), mi sono preso un libriccino piccolino della Newton Compton (vi ricordate quelli neri che vendevano decenni fa a 1.000 lire o ad una cifra simile?): la scelta è caduta su un autore russo, che non mi pare di aver mai letto: Nikolaj Vasilevic Gogol.

E, precisamente, su I racconti degli Arabeschi, tre racconti discretamente famosi che, insieme ad altri due (Il naso e Il cappotto), vanno a comporre la collection chiamata solitamente I racconti di Pietroburgo.

I tre racconti in questione sono: Il ritratto, Il Corso Neva, Il diario di un pazzo, che messi insieme fanno un centinaio di pagine piuttosto fitte, quindi forse 150 di una stampa più normale e meno tirata.

Dei tre a mio avviso il più interessante è proprio il primo, Il ritratto, che è una sorta de Il ritratto di Dorian Gray in miniatura. O, almeno, mi ha seppur vagamente ricordato la celebre opera di Oscar Wilde.
Il protagonista è il pittore Cartkov, che tramite varie peripezie, orlate anche di un elemento sovrannaturale, passa dalla condizione di pittore indigente e poco considerato, a pittore di gran fama e pregio… salvo poi vedere il lato negativo della medaglia che si era scelto per sé.

Anche Il Corso Neva propone come protagonista un artista, Piskarev, anch’egli di carattere assai debole, quasi come fosse una costante dell’arte e del creatore di arte.
Tra l’altro, un’altra costante è una sorta di riferimento ideale all’Italia, vista come terra d’arte e bellezza per eccellenza.
Il racconto è bello nel suo inizio, davvero accattivante, ma poi diviene a mio avviso un po’ banale.

L’ultimo racconto di questo piccolo lotto è Il diario di un pazzo
… e come si può notare dal titolo anche stavolta il protagonista si mostra persona dal carattere assai debole e fragile, e anzi qua ci muoviamo proprio nella pazzia, messa per iscritto peraltro.
Il protagonista stavolta non è un artista, ma l’impiegato Ivanovic… ma devo dire che il racconto è abbastanza insulso.

Insomma, nel complesso I racconti degli Arabeschi di Nikolaj Vasilevic Gogol non mi hanno entusiasmato, ma solamente interessato a tratti, un po’ per le vicende curiose del primo racconto e un po’ per l’eloquio decisamente fuori dal tempo moderno.

Fosco Del Nero


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Titolo: Tradimento a Drakenwood – Unicorno 1 (Treachery in Drakenwood).
Scrittore: Paul Vernon.
Genere: librogame, avventura, fantasy.
Editore: Edizioni E.L.
Anno: 1985.
Voto: 4.
Dove lo trovi: nel mercato dell’usato.


Una regola non scritta del mondo dei librigame, valida nella gran parte dei casi, vuole che le prime serie pubblicate siano le migliori, e quelle giunte al termine delle pubblicazioni dei librigame (parliamo degli anni "90… anche se proprio di recente alcune serie storiche sono state ristampate) fossero le peggiori.
E infatti erano giunte al termine proprio per quello, se la si vuol guardare da quel lato; oppure, se la si vuol guardare dall’altro lato, il fenomeno è terminato proprio dopo le ultime produzioni scadenti.

Ebbene, Unicorno fu una delle ultime serie pubblicate, e contò solamente due volumetti, per poi chiudere i battenti.
Il primo episodio porta il nome di Tradimento a Drakenwood, ed è stato scritto da Paul Vernon.
Andiamo a descriverlo.

Intanto, il genere: siamo nel fantasy più classico, con tanto di  spada e magia, goblin, troll, draghi, castelli e stregoni… anche troppo classico, occorre dire, e pure la sceneggiatura difetta in questo senso. Tutto sa molto di cliché, compresa la camminata verso la montagna e il labirinto per trovare la principessa da salvare.
Unica eccezione al cliché fantasy: la principessa non è una principessa, ma una contessa… beh, siamo lì.

Ed ecco la trama in grandi linee: il protagonista è un avventuriero, bravo sia con la spada che con la magia, che per caso scopre il suddetto rapimento, e, conoscendo che è stata posta una ricca ricompensa a vantaggio di chi riporterà sana e salva la contessa a casa, si accinge alla sfida, dovendo superare una foresta, raggiungere una montagna e penetrarla al fine di sconfiggere i cattivi e salvare la ragazza.

Veniamo ora al commento più tecnico.
Narrativamente il libro è assai semplice e poco coinvolgente. Non è scritto da un bravo scrittore, semplicemente, e le grandi serie di librigame sono davvero lontane.
La storia è ugualmente banalotta, lo abbiamo detto, e, per completare l’opera, persino le illustrazioni sono bruttine.

Neanche lo schema di gioco mi è piaciuto molto, giacché me lo ha reso lento e noioso nell’incedere: è difatti possibile, e anzi è inevitabile, passare e ripassare svariate volte nei medesimi posti-paragrafi, giacché si ha a che fare con un piccolo labirinto al chiuso, e dunque si leggono tante volte le stesse descrizioni… comprese quelle volte in cui il nemico del posto è stato già eliminato e dunque occorre far finta di niente quando il paragrafo lo ripropone.
Scelta deliberata dell’autore, forse per dare un senso di libertà e realismo a chi legge… ma essenzialmente scelta sbagliata, giacché l’atmosfera generale è poco interessante.

Quanto al regolamento, esso è discretamente complesso, anche se funziona discretamente, per cui ok.
Buono anche il mix tra spada e magia.

Ma il problema di Tradimento a Drakenwood non è il regolamento, quanto proprio la qualità bassa che c’è dentro, tanto che non riesco a pensare a qualcuno cui potrebbe piacere: forse agli amanti sfegatati del genere fantasy, o forse a chi piace muoversi nei labirinti come esercizio di orientamento. Anche se va detto che, in talune circostanze, spazi e direzioni non sono ben descritti, e anzi ho avuto la sensazione di qualche errore.

Anche se forse la cosa peggiore di Tradimento a Drakenwood è un’altra: non c’è nessun unicorno, neanche di striscio, il che rende persino il titolo della serie sbagliato!

Fosco Del Nero

Titolo: I figli di Medusa (The cosmic rape).
Scrittore: Theodore Sturgeon.
Genere: fantascienza, drammatico.
Editore: Libra.
Anno: 1958.
Voto: 3.5.
Dove lo trovi: qui.


La fantascienza è uno dei miei primi amori letterari di quando ero adolescente, ed anzi è probabilmente il genere letterario che ha nutrito la mia passione per la lettura quando ero ragazzino… che nell’età matura si è via via spostato verso il fantasy (almeno per la letteratura, la saggistica la considero a parte).

Dunque, ogni tanto mi rileggo un libro di fantascienza, di solito pescando tra i grandi autori degli anni d’oro della fantascienza o del periodo seguente.
Gente come Asimov, Del Rey, Van Vogt, Silverberg, per intenderci.

Stavolta ho pescato un autore che conoscevo di nome da lungo tempo, ma di cui non avevo mai letto un romanzo, ma solo un racconto, inserito da Asimov nel volume Le grandi storie della fantascienza - 1: Theodore Sturgeon.

Devo dire che non mi è andata troppo bene con il libro scelto, e che anzi I figli di Medusa si è rivelato uno dei romanzi che ho letto con più noia e meno piacere.

Ecco in grande sintesi la trama: Medusa è una sorta di entità aliena che ingloba in sé interi pianeti, aggiungendoli alla sua “mente alveare”.
Arrivata sulla Terra, cerca di fare la stessa cosa con l’uomo, ma non tiene conto della natura profondamente individuale della razza umana, e il suo piano di conquista, avviato tramite lo “strumento” Dan Gurlick, un uomo alcolizzato che ingerisce inavvertitamente una spora di Medusa divenendo parte di essa, non va proprio come aveva desiderato.

Il romanzo, pur avendo tale trama unitaria, di fatto pare più una sorta di somma di singoli racconti, giacché affronta l’evento dell’avvento di Medusa narrando le vicende di vari personaggi, per buona parte slegati tra di loro.
Questo è già un primo problema, poiché all’opera manca così una forza unitaria.

Il secondo grande problema del libro è che, semplicemente, non prende: parte in modo lento, continua lento e finisce lento, non decollando mai.
E difatti questo non è considerato, ho letto, uno dei romanzi principali di Sturgeon (spero che gli altri siano decisamente migliori).

Altra cosa, questa personale: non ho gradito affatto lo stile di Sturgeon, che anzi a tratti mi ha indispettito.
Oddio, indispettito no, non esageriamo, però l’ho trovato piuttosto sciatto: né elegante né efficace.

Insomma, I figli di Medusa di Theodore Sturgeon si classifica come uno dei romanzi di fantascienza, ma diciamo pure in assoluto, più noiosi che abbia mai letto… e che ho finito solo perché era breve.

Fosco Del Nero


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